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13/06/2014 Iraq: una conferenza internazionale unica via d’uscita per la pace

La precipitazione che ha sconvolto l’Iraq nell’ultima settimana non va sottovalutata ne’ considerata come un fulmine a ciel sereno. E’ figlia di una lunga scia di errori che si sono accumulati in questi anni di assenza della Comunità internazionale. E’ da almeno un anno che ci troviamo di fronte ad un’insorgenza sunnita che chiede autonomia maggiore a un governo, quello filo sciita di Maliki, e che non trova risposte. Le proteste delle minoranze sunnite sono iniziate in 6 province in seguito alle continue violazioni generiche dei diritti umani, tra cui arresti arbitrari e tortura. Il movimento di protesta chiedeva al Governo Maliki di liberare i detenuti senza capo d’accusa, di abolire il paragrafo 4 della legge antiterrorismo poiché utilizzata contro i sunniti, cancellazione della legge sulla responsabilità e la utilizzata a vantaggio esclusivo dei sunniti appartenenti al partito Baath, assicurare l’accesso equo ed imparziale alla giustizia; a queste rivendicazioni il governo Maliki ha risposto con la repressione violenta. Di fronte a questa stretta drammatica, la strategia di aggressione dell’Isil ( Stato Islamico del Levante) di ispirazione quaedista ha mietuto consensi, riuscendo a dominare la scena e ad avanzare in questi giorni fino alle porte di Baghdad, provando a prendere persino le due città considerate sante dagli sciiti Karbala e Najaf. Le province sunnite nei fatti hanno stretto un’alleanza con gli islamisti, che hanno una dimensione sovranazionale contando su migliaia di miliziani distribuiti tra i fronti siriani ed iracheni. Attore non neutrale ovviamente e’ l’Iran che prova una grande preoccupazione per l’implosione dello stato iracheno che rischia di uscire dalla sua sfera di influenza geopolitica. Il disfacimento dell’esercito iracheno è sotto gli occhi di tutti e rappresenta il fallimento principale della strategia americana a Baghdad.

Ma anche, se vogliamo, della nostra iniziativa, ben più modesta per entità e sforzo, se guardiamo al merito degli accordi bilaterali stipulati nel 2007 tra Italia e Iraq, all’indomani della fuoriuscita del nostro paese dal pantano della guerra, inclusa la cooperazione per la formazione di forze di polizia e di sicurezza. Non siamo stati all’altezza di rispondere alla sfida più grande e più complessa del dopo Saddam che è la ricostruzione di una statualita’. L’azione di Nation-building da parte dell’occidente e’ stata debole tutta orientata comunque alla conservazione di prerogative non sindacabili per l’acquisizione delle risorse. Tuttavia, Il contraccolpo sull’intero Medio Oriente che si avrebbe dal fallimento della transizione irachena sarebbe fortissimo.

Uno stato, quello iracheno, diviso in tre tra curdi, filoiraniani ed a questo punto sunniti a guida islamista ( con il beneplacito dei sauditi e degli emirati) destabilizzerebbe a sua volta il Libano con conseguenze per la Siria ancora più forti. Non si può affatto escludere che la saldatura tra sunniti ex baathisti e Isil delineerebbe la creazione di un minicaliffato con la capacità di controllo di risorse strategiche come l’acqua e il petrolio. In questo show down c’è’ il dramma dei profughi che aumentano quotidianamente e ormai arrivano a circa ottocentomila. Di fronte a questo scenario una riflessione della comunità internazionale dovrebbe essere urgente e senza sconti. Un bilancio sulla guerra al terrorismo non può non essere fatto senza capire che la strumentazione messa in campo, protezione delle dittature e interventi militari in primis, non ha risolto nulla, oltre che la scia di morti e di rancore che ha prodotto.

L’equivoco su cui si è fondata l’intera strategia neocon degli anni duemila è stato quello di vedere l’Islam come un blocco monolitico e non comprendere che si sta consumando in questi anni una vera e propria guerra civile che va oltre addirittura la semplice contrapposizione tra sciiti e sunniti. La via diplomatica ( in questi giorni a Roma eè andato avanti il negoziato tra Russi e iraniani sul nucleare post-Ginevra) è quella che va prediletta e l’Europa può avere una funzione moderatrice importante tra le spinte americane e la voglia dell’Iran di giocarsi una partita finale in quell’area. La stessa Italia, portata incoscientemente da Berlusconi nel 2003 alla resa dei conti con Saddam dall’asse Bush-Blair, continua a conservare un ruolo in quella regione. Solo nel 2014 è stato finanziato un milione di euro per i rifugiati siriani in Iraq e 650.000 euro per gli sfollati di Anbar, attraverso la Croce Rossa Internazionale.

Oggi andrebbe esercitato con forza per aprire un ragionamento che coinvolga a tutto campo gli attori interessati ad una stabilizzazione dell’area e non ad una resa dei conti finale. Se gli americani dovessero intervenire per fermare il surge jihadista compierebbero un errore. Il tema invece sono le alleanze ed oggi si registra un’oggettiva convergenza sul dossier Iraq di interessi tra USA e Iran, e di conseguenza tra Israele, Siria e Libano. Non c’è una strada univoca, cresce però l’esigenza evidente di una opzione che va perseguita comunemente per la stabilizzazione di un quadro che tra molte diversità incendiato da Tripoli a Baghdad, da Damasco a Gerusalemme passando per Beirut. Una conferenza per la pacificazione del Grande Medio Oriente non è più rinviabile.

 

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